Intercettazioni: da un eccesso all’altro

4 giugno, 2009 | Di Marilena Samperi | Categoria: Società

226Alla ripresa delle attività dopo il voto si voterà alla Camera il disegno di legge sulle intercettazioni. Voteremo contro. Il Partito Democratico è consapevole che negli ultimi anni si sono verificati abusi ed eccessi nell’uso delle intercettazioni e nella loro divulgazione. Fatti privati che non avevano alcuna attinenza con le indagini sono stati pubblicati, senza alcun rispetto per la tutela della riservatezza; conversazioni irrilevanti sono state diffuse liberamente, dando spesso la sensazione che il procedimento, invece di svolgersi dentro le aule giudiziarie, si svolgesse parallelamente dentro gli studi televisivi o sui giornali. Vi è, quindi, la necessità di intervenire alla ricerca di un bilanciamento tra valori costituzionalmente garantiti. Da una parte, vi sono le esigenze investigative, dall’altra, il diritto di informare e di essere informati, dall’altra ancora, la tutela della riservatezza. Ma il testo del Governo approvato dalla maggioranza in Commissione, in nome di una malintesa e comoda supremazia della riservatezza, assunta, più che a valore, ad alibi, ha gravi conseguenze concrete: compromette l’efficacia dell’azione investigativa, indebolisce l’azione dello Stato, mette a rischio la sicurezza dei cittadini e comprime, sino all’inverosimile, il diritto di cronaca.
Il diritto all’informazione viene mortificato con l’estensione del divieto di pubblicazione anche del contenuto di atti non più coperti dal segreto. Diverse sentenze della Corte costituzionale, tra cui la n. 235 del 1993,confermata da una giurisprudenza costante, affermano il principio della pubblicità del giudizio come cardine dell’ordinamento democratico, fondato sulla sovranità popolare su cui si basa l’amministrazione della giustizia, nonché la garanzia del controllo della pubblica opinione sullo svolgimento del procedimento.
Oscurare totalmente la fase delle indagini preliminare, che potrebbe essere molto lunga, anche dopo la desegretazione degli atti, non aiuta a trovare il giusto punto di equilibrio tra interessi che devono convivere e contemperarsi, senza annullarsi a vicenda. Si pensi, ad esempio, al crollo di una scuola che interessa l’opinione pubblica: in applicazione di questa normativa sarebbe impossibile dare l’informazione relativa al procedimento d’indagine avviato dalla procura a carico di qualcuno, perché questo configurerebbe il contenuto di un atto di indagine.
Inoltre per l’estensione del segreto istruttorio, che non riguarda più solo gli atti ma anche le attività, persino la mera annotazione giornalistica relativa ad una perquisizione sarebbe inibita. E di fronte ai rischi che i giornalisti e gli editori corrono potrebbe anche preferirsi non riferire la notizia giudiziaria per evitare la sanzione, senza pensare all’indebita interferenza che l’editore potrebbe avere nei confronti del direttore per quella sorta di responsabilità oggettiva che è stata delineata nella nuova normativa e che costringerà l’editore a intervenire su una linea che dovrebbe essere di assoluta autonomia e responsabilità del direttore. Ci sarà anche una più grave conseguenza: l’opinione pubblica, proprio per questo oscuramento, si potrebbe convincere che non esiste più un’azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali. Se qualcosa va fatta a livello normativo per arginare la tendenza a processare le persone in televisione o sui giornali non può che essere un intervento per accelerare i processi. Questa dovrebbe essere la responsabilità del Governo e del Parlamento: accelerare i processi e rendere efficiente la macchina della giustizia.
Anche l’estensione della disciplina delle intercettazioni ai tabulati telefonici e alle videoriprese, e la limitazione delle intercettazioni ambientali restringono e comprimono la capacità d’indagine, e sottraggono importanti strumenti finalizzati alla ricerca della prova. All’equiparazione proposta seguirebbero conseguenze del tutto irrazionali. Quale sarà il destino di tutte le telecamere installate dai comuni e dai privati per finalità preventive, a difesa dei monumenti pubblici, per la sicurezza dei cittadini? Potranno essere mantenute queste telecamere? Se la risposta è «no» dovremo andare a spiegare ai comuni e ai cittadini il perché di questo abbassamento del livello di guardia sulla prevenzione. In caso di risposta positiva invece si verificherà la strana vicenda che ciò che è consentito al privato non è consentito alla magistratura. I privati potranno mettere le telecamere, la magistratura no.
Prevedere poi che si possa procedere alle intercettazioni solo su richiesta della persona offesa per procedimenti contro ignoti trasforma la doverosa attività di indagine, di cui unico responsabile e unico titolare è lo Stato, in un’attività a discrezione della persona offesa, persona offesa già peraltro sensibilmente esposta e a cui non può esser affidata una scelta così rilevante. Questa è una abdicazione dello Stato di diritto che trova la sua corrispondenza nella recente istituzione delle ronde, una giustizia fai da te che muta la fisionomia del nostro Stato.
Ma la modifica più grave che il Governo ha operato riguarda l’emendamento che richiede come presupposto per le intercettazioni la sussistenza di evidenti indizi di colpevolezza. Non sarà più sufficiente, per poter richiedere l’autorizzazione all’intercettazione, che ci sia un cadavere, che una donna venga stuprata o che un minore sia sfruttato sessualmente. Occorrerà che sia stato già individuato il possibile autore su cui devono convergere indizi talmente gravi da dimostrarne la reità: insomma lo stesso quadro indiziario necessario perché si possa limitare la libertà personale. L’intercettazione cambia così natura: non più strumento investigativo che consente l’individuazione degli autori del reato, non più mezzo di ricerca della prova, ma modalità utile solo a reperire riscontri alla ricostruzione accusatoria già effettuata dal pubblico ministero. Noi ci chiediamo: è utile vanificare la finalità più congeniale delle intercettazioni, che è quella della scoperta dell’autore del reato? E con quali conseguenze?
In caso di estorsione, ad esempio, non potrà più essere messo sotto controllo il telefono della vittima per ricercarne i possibili responsabili ma sarà necessario prima avere individuato i probabili colpevoli. Si depotenzia in questo modo un mezzo di investigazione indispensabile che ha consentito tanti risultati alle forze dell’ordine e alla magistratura nella lotta alla criminalità. Possiamo sostenere che sia questo il punto di equilibrio tra diritti contrapposti? Certamente no. Inoltre, dal punto di vista sistematico, è estremamente grave che la soglia dei gravi indizi di colpevolezza richiesta per l’autorizzazione all’intercettazione sia la stessa richiesta per l’applicabilità delle misure cautelari che giustamente la dottrina considera un quid pluris persino rispetto al livello probatorio necessario per rinviare a giudizio. La soluzione proposta con riferimento agli evidenti indizi di colpevolezza appare francamente eccentrica rispetto alla natura dello strumento di indagine, che resta un mezzo di ricerca della prova, e sproporzionata per eccesso rispetto alle esigenze di accertamento dei colpevoli di reati che destano grave allarme sociale, in quanto tali indagini non possono consentire un siffatto livello di individualizzazione delle responsabilità.
Il provvedimento appare superficiale almeno sotto due aspetti, che sintetizzo brevemente. Non è stata fatta nessuna valutazione di impatto per il passaggio delle competenze dal GIP al tribunale. In effetti, ci vorrebbe un organico di almeno sedici giudici. I tribunali provinciali con organico pari o inferiore a sedici giudici oggi sono trentadue. In ben diciotto si tratta dell’unico tribunale esistente. Non è stata prevista inoltre alcuna copertura finanziaria, eppure devono essere create le sale di intercettazione distrettuali, deve essere creata una rete telematica dedicata, devono essere installati strumenti di controllo automatizzati per conoscere accessi e presenze. Nessun finanziamento è previsto, né gli interventi possono essere realizzati con i falcidiati fondi destinati dalla legge finanziaria alla giustizia.
Noi abbiamo proposto un’alternativa: un provvedimento alternativo che noi riteniamo equilibrato, che raggiunge le finalità che tutti ci proponevamo. Eppure, ritengo che la maggioranza non dovrebbe essere soddisfatta per questo provvedimento, perché all’indomani della sua approvazione questa legge renderà più debole lo Stato di fronte alla criminalità, più fragile la democrazia e meno sicuri i cittadini

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