“Del doman non c’è certezza”
22 luglio, 2009 | Di Donata Lenzi | Categoria: News
La riforma per decreto della pensione di uomini e donne.
“A decorrere dal 1o gennaio 2015 i requisiti di età anagrafica per l’accesso al sistema pensionistico italiano sono adeguati all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istituto nazionale di statistica e validato dall’Eurostat, con riferimento al quinquennio precedente.” I media vi hanno detto che si discuteva di innalzamento dell’età pensionistica per le donne del pubblico impiego.
Era solo un anticipo. La vera riforma sta lì nell’emendamento 22.013 del governo al decreto 78 del 2009 in discussione (si fa per dire in realtà maggioranza e governo tacciono tetragoni, inamovibili attendono la fiducia) . In futuro basterà un regolamento del ministro, dati statistici alla mano. Nessuna trattativa sindacale, nessuna legge. Da oggi non sai più a che età potrai andare in pensione, non conta la tua volontà, la tua salute, il tipo di lavoro che fai. Vale per tutti uomini e donne, lavoratori autonomi e dipendenti, pubblici e privati. Sono certa che le forme di previdenza private si adegueranno in fretta. Non conta se hai la schiena che fa male, se non ce la fai a guidare nel traffico, se lavori dieci o sei ore, se non ne puoi più o continueresti ancora.
Se la vita si allunga sappiamo tutti che si deve lavorare di più, ma così non c’è certezza, non c’è possibilità di programmare il futuro, non c’è possibilità di definire uno scambio tipo ad esempio un anno in più ma dateci adeguati assegni di disoccupazione.
La riforma decorre dal 2015. Ma un decreto riguarda norme di cui si riconosce l’urgenza. Qui non c’è urgenza, si poteva anche trovare il tempo per un confronto. Decorre dal 2015 quando ci sarà un altro governo. Si fa come fece Maroni con lo scalone, si scarica su chi viene dopo.
Magra consolazione per i più vicini alla pensione la norma recita: ” In sede di prima attuazione, l’incremento dell’età pensionabile riferito al primo quinquennio antecedente non può comunque superare i tre mesi.”
Ancora una volta si penalizzano i giovani. Il governo conferma inoltre la possibilità per le pubbliche amministrazioni di imporre l’andata in pensione ai dipendenti che hanno quarant’ anni di contributi. Quindi in uno stesso ufficio può esserci un impiegato di cinquant’ anni con quaranta di contributi obbligato ad andare in pensione anche se non vuole, e un impiegata di cinquantotto con meno contributi che si vede spostare da 60 a 61 l’età pensionabile. In somma è un terno al lotto












