Un contratto unico di inserimento lavorativo
21 maggio, 2009 | Di Ivano Miglioli | Categoria: Economia e LavoroIl Pd, attraverso i suoi gruppi parlamentari e con la collaborazione dell’associazione “20 maggioflessibilità sicura”, ha già presentato tre disegni di legge, per dare ai lavoratori atipici quelle garanzie che sono state sinora negate e per rendere più “appetibili,” per le aziende, le assunzioni a tempo indeterminato. In questi disegni di legge prevediamo, come già avviene in altri paesi, che i contratti di lavoro flessibile e di lavoro indeterminato abbiano costi simili, a partire da quelli previdenziali. Oltre ai costi, i diritti: prevediamo forme di tutela della malattia, della maternità e congedo parentale.
Intendiamo offrire un contributo sulla questione contratti. Pensiamo a un Contratto unico di inserimento formativo (Cuif), rivolto alle fasce più soggette alla “trappola della precarietà”: giovani tra i 19 e i 29 anni, disoccupati di lunga durata, adulti ultracinquantenni, donne che rientrano nel mercato del lavoro entro i tre anni successivi alla maternità. Il Cuif potrebbe avere una durata variabile dai quattro ai sei anni, suddiviso in due periodi. Un primo periodo di 36 mesi, di prova e formazione, durante il quale l’impresa valuta se il lavoratore ha le caratteristiche per essere assunto. Il contratto viene poi trasformato in tempo indeterminato completando il processo di formazione.
Perché dovrebbe essere uno strumento innovativo e conveniente? Perché si prevede il rovesciamento della tradizionale logica degli incentivi che finora hanno regolato il mercato del lavoro. Infatti, nella seconda metà del Cuif - qualora il rapporto di lavoro venga convertito in un tempo indeterminato - ci sarebbero, per l’impresa, significativi sgravi fiscali, crescenti nel tempo e proporzionati alla formazione che verrà impartita al lavoratore. Oggi i cosiddetti contratti di inserimento presentano molti problemi: oltre il 70 per cento dei rapporti di apprendistato, per esempio, si conclude nei primi 24 mesi. L’apprendista vede infatti troppo lontana la stabilità e cerca in fretta qualcosa di più sicuro, mentre l’azienda vede aumentati i costi sia contrattuali che contributivi nel medio e lungo periodo.
Nella nostra ipotesi, invece, gli incentivi crescerebbero con l’allungamento del contratto. E il sistema, così, avrebbe un doppio vantaggio. Il lavoratore vedrebbe più vicina la stabilità e avrebbe un obiettivo per impegnarsi in quel lavoro e in quell’azienda.
L’impresa avrebbe tre anni per valutare la persona, ricevendo incentivi crescenti e sostegno ai costi della formazione.
Il nuovo contratto, rivolto a giovani e adulti di fascia debole, dovrebbe gradualmente sostituire gran parte degli attuali contratti di lavoro flessibili, unendo flessibilità e garanzie. Un concreto passo in avanti verso quella flexsecurity che ci chiede l’Europa.
di Ivano Miglioli, estratto articolo di Europa del 14.5













