Dpef 2010-2013: L’ intervento in Aula alla Camera

29 luglio, 2009 | Di Antonio Misiani | Categoria: Economia e Lavoro

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Signor Presidente,

come ha giustamente detto il collega Marchi, questo Dpef meriterebbe un sottotitolo. Personalmente, lo chiamerei “Manuale per tirare a campare”.

L’Italia sta soffrendo la peggiore recessione dal dopoguerra. Anche i dati del Governo lo riconoscono, perché le pessime cifre del Dpef sono identiche a quelle dei “corvi” di cui parlava qualche tempo fa il ministro Scajola: Pil a -5,2 per cento, consumi a -1,5 per cento, investimenti a -11,6 per cento, esportazioni a -19,2 per cento e tasso di disoccupazione in netto aumento.

I paesi avanzati hanno investito enormi risorse per fronteggiare la crisi: l’OCSE, nell’ultimo Economic Outlook, le quantifica in 3,9 punti di Pil tra il 2008 e il 2010. L’Italia, sempre secondo l’OCSE, è invece a zero. Zero risorse nette aggiuntive, se teniamo conto solo dei decreti anticrisi. Una politica addirittura restrittiva, se consideriamo anche l’impatto prociclico del decreto 112 e della finanziaria 2009.
Questa è la verità, al di là dei numeri che il governo ha messo nel Dpef per arrampicarsi sui vetri.

Ma il punto critico non sta solo nella quantità di risorse stanziate. Sta anche nella qualità delle politiche anticrisi.

Il governo ha inventato i Tremonti bonds per far ripartire il credito alle imprese. Ma basta parlare con i piccoli e medi imprenditori per capire quanto cattivi siano i rapporti tra le aziende e le banche. Quelle stesse banche che hanno trovato mezzo miliardo per salvare l’immobiliarista Zunino ma stanno strangolando migliaia e migliaia di artigiani e commercianti.

Il governo ha annunciato aiuti ai più poveri con la Social Card e il Bonus famiglie. In realtà la card e il bonus, già insufficienti in partenza, sono andati a meno della metà degli aventi diritto. E niente di niente hanno avuto i lavoratori dipendenti, che anche nel 2009 pagheranno più tasse per effetto del fiscal drag non restituito.

Il governo ha esteso gli ammortizzatori sociali, ma lo ha fatto a macchia di leopardo (attraverso la cassa in deroga) e in modo temporaneo. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, si dice dalle mie parti. Ma l’Italia aveva ed ha bisogno di ammortizzatori sociali universali, per aiutare tutti quelli che non trovano lavoro e tutti quelli che lo perdono, dipendente o autonomo che sia. Questo obiettivo, che per noi ha la stessa importanza della riforma sanitaria per gli Stati Uniti, rimane lontanissimo.

Il governo è intervenuto con la Tremonti ter per sostenere gli investimenti in macchinari - e ha fatto bene - ma quasi nulla è stato messo in campo per sostenere i consumi delle famiglie, che stanno crollando come mai era avvenuto.

Il governo ha imposto sui comuni e le province un patto di stabilità soffocante, per accorgersi solo adesso del crollo degli investimenti locali. E solo adesso, con l’assestamento di bilancio, ha allargato i cordoni della borsa.

Il governo, infine, dice di aver fatto le riforme che servono al Paese: la scuola, il federalismo fiscale, la sicurezza, la pubblica amministrazione. Ma se entriamo nel merito di ognuna di queste riforme ci accorgiamo che in molti casi si tratta di tagli spacciati per riforme; in altri di buone intenzioni in attesa di attuazione; e in altri ancora di annunci roboanti privi di effetti concreti.
Gli altri Paesi stanno investendo massicciamente nella green economy. Da noi il ministro dell’ambiente Prestigiacomo è costretta a difendere con le unghie e i denti le sue prerogative.

Il governo, insomma, in questi mesi ha messo in campo un riformismo debole, contraddittorio, molto al di sotto di quanto era necessario per uscire più forti dalle crisi.

Questa politica attendista e iperprudente non ha però impedito un disastroso peggioramento dei conti pubblici: nel 2009 il deficit andrà al 5,4%, il debito al 115,3%. Per la prima volta da diciotto anni registriamo un saldo primario negativo.
Non c’è solo la crisi dietro questo disastro.

Primo: è ripresa l’evasione fiscale. Come ha evidenziato il governatore Draghi, quando le entrate IVA nei primi mesi del 2009 crollano dell’11,3% a fronte di un calo del 2,6% dei consumi, tutto questo non può essere spiegato solo con il riposizionamento dei consumi. Queste cifre ci dicono inequivocabilmente che l’evasione sta aumentando nell’ordine di miliardi di euro.

Secondo: la spesa primaria corrente è fuori controllo. A settembre dell’anno scorso il governo aveva programmato per il 2009 un aumento del 2,2% (+14 miliardi). Ora il Dpef prevede una crescita quasi doppia del 4,1% (+26 miliardi). Di questi dodici miliardi in più, meno di un quarto - secondo il governatore Draghi - sono dovuti alle misure discrezionali anticrisi e agli stabilizzatori automatici. E’ la certificazione del fallimento dei tagli di spesa decisi con il decreto 112/2008.

Il governo, insomma, ha buttato via dalla finestra quasi un punto di Pil tra evasione e maggiori spese correnti. Queste risorse avrebbero tranquillamente permesso quella manovra anticrisi che invano il Pd chiede da mesi e mesi.

Questa è la nostra condizione attuale. E in questo quadro il futuro rischia di essere molto difficile, più difficile di quanto avete scritto nel Dpef.
Per almeno quattro motivi.

Primo. La ripresa, quando ci sarà, sarà con tutta probabilità lenta e faticosa. La crescita del 2% annuo prevista dal Dpef dal 2011 in avanti è scritta sulla sabbia, perché l’Italia, prima della crisi, cresceva meno dell’1% all’anno.

Secondo. Le entrate a legislazione vigente sono sovrastimate, perché molte risorse aggiuntive derivano dalla lotta all’evasione/elusione fiscale: 5,3 miliardi nel 2010, 6,5 miliardi nel 2011 e 2,1 miliardi nel 2012. Sono cifre campate per aria, anche perché il governo con lo scudo fiscale ha lanciato un segnale che va nella direzione esattamente opposta.

Terzo. Le previsioni della spesa primaria corrente sono ottimistiche. Prevedete un aumento dello 0,8% nel 2010 e dell’1,8% nel 2011 quando negli ultimi nove anni - così come nel 2009 - è stato superiore al 4%.

Quarto. Nel tendenziale del Dpef crollano gli investimenti pubblici: -10,8% nel 2010 e -6,7% nel 2011. Sono numeri che fanno a pugni con i piani infrastrutturali del governo, e sono in totale contraddizione con la necessità di rilanciare l’economia. Bisognerà trovare risorse aggiuntive, ma non è affatto chiaro come il governo riuscirà a farlo.

Signor presidente,
la crisi più dura dal dopoguerra non è ancora alle nostre spalle. Quando finirà lascerà al Paese un’eredità pesantissima, fatta di imprese chiuse, disoccupati, e un enorme debito pubblico che graverà sulle generazioni future.

Per affrontare questa situazione non serve tirare a campare: serve coraggio e determinazione. Non basta dire che nel 2010 non ci sarà una manovra di riequilibrio dei conti. Sono necessarie misure incisive per contenere la spesa primaria corrente, per riqualificare e riequilibrare il welfare, per ridurre l’evasione e l’elusione fiscale. Serve un federalimo fiscale responsabile e solidale, non l’umiliazione delle autonomie locali. Serve una nuova politica per il Sud, non certo la riedizione della vecchia Cassa per il mezzogiorno.
L’autunno sarà un passaggio cruciale. Il Paese può essere anestetizzato per un mese, due mesi, sei mesi. Ma quando le fabbriche chiudono e la cassa integrazione finisce, quando tante famiglie non ce la fanno più, gli annunci e la propaganda dei telegiornali di regime servono a poco, perché la gente pretende risposte concrete.
In questo Dpef ci sono tanti numeri e tante parole. Ma non ci sono le risposte che gli italiani si attendono dal governo.
Grazie.

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