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Decreto anticrisi: calano le entrate, ma la spesa pubblica aumenta

24 luglio, 2009 | Di Michele Ventura | Categoria: Economia e Lavoro

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Non sfugge certo a noi che l’Italia si trova in una situazione di particolare gravità per l’ampiezza del proprio debito pubblico. L’aggravamento delle condizioni, confermato dal Governatore della Banca d’Italia ieri e ammesso dallo stesso Ministro Tremonti, e una parte del peggioramento delle condizioni dei conti risiedono in una diminuzione delle entrate pari a 9 miliardi di euro, dovuto certamente alla crisi e all’abbassamento del controllo sull’evasione fiscale; ma c’è un dato incredibile e preoccupante, perché siamo di fronte ad una crescita delle spese primarie, cioè le spese ordinarie della pubblica amministrazione, che risultano in aumento rispetto allo scorso anno del 4,9 per cento, pari cioè a 35 miliardi di euro.
Non possiamo assistere sempre alla propaganda, dove da un lato c’è il Ministro Brunetta che continuamente ci parla di efficienza e riqualificazione della pubblica amministrazione e poi improvvisamente scoprire che siamo di fronte ad un aumento delle spese ordinarie in questa percentuale, a dimostrazione del fatto che non vi è stato alcun tipo di controllo e che queste somme si sarebbero potute utilizzare per investimenti produttivi, per un sostegno reale e per una politica davvero di contrasto alla crisi.
Non ci sfugge neppure che la crisi economica e finanziaria internazionale ha accentuato le debolezze strutturali del Paese. Per quale ragione il Governo ha scelto una linea minimalista per intervenire sulla crisi, che Tremonti riassume nella linea della prudenza? Siamo di fronte ad una linea minimalista: lasciare il corso delle cose andare naturalmente senza correzioni importanti dal punto di vista delle tendenze che si stanno manifestando.
Siamo di fronte alla necessità di un intervento più deciso da parte del Governo, che non è avvenuto sicuramente con tutti i provvedimenti che abbiamo esaminato nel corso di questi mesi.
Chi è andato più in sofferenza,? Il Mezzogiorno, l’occupazione, la piccola e media impresa, la cultura, l’arte, l’innovazione e la ricerca. Questi sono i grandi settori in sofferenza colpiti dalla crisi.
Mi chiedo e mi sono chiesto durante l’esame delle Commissioni: questi problemi si sono avvertiti durante il lavoro che abbiamo svolto? Quanto è entrato del mondo reale nei nostri lavori? Sono stati avvertiti come problemi dirompenti da parte della maggioranza? Davvero si ritiene di aver fatto tutto il possibile per salvaguardare la coesione sociale, il mondo produttivo, la speranza per il futuro?
Nel lavoro della Commissione non è stato possibile esaminare l’articolo 5, la Tremonti-ter, Non è stato possibile discutere i nostri emendamenti a favore delle imprese del sud. Avete smantellato la fiscalità di vantaggio; avete cancellato i meccanismi automatici, che erano stati un punto di avanzamento reale verso le politiche meridionali, perché uscivano dalla discrezionalità e premiavano chi veramente investiva; avete cancellato la «Visco sud»; i FAS sono stati utilizzati per tutto tranne che per lo sviluppo delle aree del Mezzogiorno, le cosiddette aree sottoutilizzate
Rimane lo spot sul ponte sullo Stretto, mentre giacciono immobili gli impegni per il corridoio Berlino-Palermo, l’Alta velocità tra Bari e Napoli e l’adeguamento della jonica ed è sparita la Banca del Sud annunciata da Tremonti..
Sull’occupazione uscirei dal trionfalismo: oggi, i dati parlano del 9 per cento di dsoccupati, di altri 800 mila posti a rischio. Il Governo non ha accolto nessun emendamento a favore di coloro che non hanno alcuna protezione (mi riferisco ai precari). Su questo abbiamo fatto una battaglia molto decisa in Commissione, senza alcuna risposta positiva. Probabilmente, visto che si parla spesso di riforme senza realizzarle, bisognerebbe uscire da soluzioni tampone e pensare alla riforma degli ammortizzatori sociali in senso reale, ampio, esteso e moderno, e aumentare le retribuzioni dei lavoratori agendo sulla fiscalità.
Vorrei dedicare il penultimo punto del mio intervento ad una riflessione sul mondo della piccola e media impresa.
Il Governatore della Banca d’Italia ci avverte che per le imprese aumenta il rischio di usura e che la lotta alle mafie, in questa fase, è più importante che mai. Non vi è liquidità. L’unica risposta che è stata data, dopo le nostre denunce, è che si lavorerà per una convenzione tra ABI e il Ministero dell’economia e delle finanze, che, quindi, è solo una petizione di principio: nessuna certezza, nessuno sblocco, nessuna garanzia sulle risorse a favore della piccola e media impresa. Avete rifiutato l’ampliamento della platea relativamente a chi può usufruire degli investimenti sugli utili realizzati e che possono essere rivolti ad un rafforzamento e a un potenziamento delle attività produttive.
Vi è un fatto singolarissimo (torno al Ministro Brunetta e ad altri): su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa, si è letto che le spese per l’iter burocratico, cioè per la burocrazia, delle piccole e medie imprese è pari al 7 per cento. Dal 2008 al 2009, tale dato è aumentato del 25 per cento, aggravato da ciò che è stato fatto nel decreto-legge in oggetto relativamente alle compensazioni IVA, che porteranno ad un ulteriore allungamento burocratico e a nuovi ulteriori costi.
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Infine, arrivo all’ultimo punto, relativo alla cultura, l’arte, l’innovazione e la ricerca. Un Paese - e mi riferisco sempre alla pomposità di quel titolo, decreto-legge «anticrisi» - che non si preoccupa della cultura, della ricerca e dell’innovazione non va da nessuna parte.

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